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Eccidi
e stragi nazifasciste nel Parmense
Durante
i venti mesi di occupazione tedesca (settembre 1943 - aprile 1945)
le fucilazioni di civili e di partigiani da parte dei tedeschi
e dei fascisti furono 136 e provocarono 396 vittime (267 civili
e 130 partigiani).
Ad inaugurare la stagione delle rappresaglie e delle vendette
politiche a Parma furono i neofascisti di Salò. Durante
la notte del primo febbraio 1944 alcuni sicari uccisero a sangue
freddo tre noti antifascisti della città. Nel pomeriggio
un giovane fascista era rimasto ucciso accidentalmente; le autorità
italiane parlarono subito di un attentato terroristico, al quale
però non credette nemmeno il comando tedesco. Tanto bastò per far scattare la rappresaglia. Quella notte fascisti in borghese
si presentarono alle abitazioni di Tommaso Barbieri, di 54 anni,
imprenditore, proprietario delle Officine omonime, di Ercole Mason,
di 66 anni, ragioniere, libero professionista, e di Emmo Valla di 58 anni, funzionario delle Poste, tutti democratici antifascisti,
e dopo averli invitati a seguirli li freddarono a poca distanza
dalle rispettive abitazioni, abbandonando quindi i loro corpi
sul selciato.
Gli eccidi non furono comunque solo prerogativa dei fascisti.
Anche se, fino all’inizio dell’estate del 1944, i
comandi tedeschi si mostravano più cauti nell’attuare
rappresaglie indiscriminate, le fucilazioni non mancarono.
In
questa fase l’esposizione dei corpi delle vittime era ostentata.
I fucilati venivano abbandonati nei luoghi dell’esecuzione,
lungo le mura dei cimiteri, nelle piazze o nei campi dove si erano
consumate le vendette. Numerose anche le esecuzioni di singoli
partigiani o di semplici malcapitati in balia di reparti tedeschi
in perlustrazione.
Mentre il movimento partigiano cresceva e compiva parecchie grosse
operazioni a danno delle truppe d’occupazione e dei presidi
fascisti, i tedeschi iniziarono a colpire le terre più
alte della provincia, soprattutto là dove si erano costitute
le “zone libere partigiane”.
Tra il 30 giugno e il 7 agosto 1944 si svolse il primo grande
rastrellamento dell’Appennino tosco-emiliano dall’inizio
dell’occupazione. L’Operazione Wallenstein, come venne
denominata l’offensiva tedesca, si articolò in alcune
fasi corrispondenti ad altrettanti obiettivi militari: la riconquista
del controllo sulle statali 62 (della Cisa) e 63 (del Cerreto)
e sulla linea ferroviaria Parma-La Spezia e la distruzione della
repubblica partigiana di Montefiorino nel Modenese.
L’azione tedesca si rivolse soprattutto contro i civili.
Alla fine del mese, nel Parmense i reparti tedeschi avevano passato
per le armi molte decine di giovani, in prevalenza contadini accusati
di essere disertori o già partigiani, quando in realtà
si trattava per lo più di ragazzi che non avevano risposto
alla chiamate alle armi della Repubblica sociale italiana e che
avevano creduto di essere al sicuro tra le loro montagne e protetti
dalla loro comunità.
In poco più di venti giorni, il tempo del rastrellamento
nel Parmense, vennero compiuti 39 eccidi e fucilazioni, provocando
la morte di 134 persone: 11 partigiani e 123 civili. Anche durante
l’estate, come nei mesi precedenti, la violenza nazifascista
si manifestò con maggiore frequenza nella zona tra le valli
del Taro e del Ceno (22 eccidi) mentre nel territorio tra le valli
dell’Enza e del Parma il numero di episodi fu minore (17
eccidi), anche se il numero delle vittime fu superiore: 68 rispetto
alle 66 della zona Ovest. Due furono gli episodi in val Baganza
che provocarono due morti tra i civili. Neviano Degli Arduini,
Monchio delle Corti, Tizzano Val Parma, Palanzano, Compiano, Bardi,
Borgotaro, furono i comuni più colpito dalla violenza indiscriminata
dei militari. Durante le operazioni di rastrellamento vennero
incendiati molti paesi, come Rusino e Moragnano, Vianino, Cereseto,
Alpe, Setterone, Strepeto e numerosi altri.
La
stabilizzazione del fronte lungo la “linea Gotica”
e l’arrivo dell’inverno aprirono una nuova fase nella
lotta contro le formazioni partigiane, che si protrarrà fino alla vigilia della Liberazione , nell’aprile del 1945. Rinunciando al controllo totale
del territorio, le truppe tedesche si affidarono sempre più ai rastrellamenti e alle puntate per tenere libere dai partigiani
le principali vie di comunicazioni rappresentate nel Parmense
dalla statale 63 della Cisa e dalla linea ferroviaria Parma-La
Spezia.
Rispetto ai mesi estivi, questo è il periodo degli eccidi
di partigiani e di renitenti alla leva, delle rappresaglie come
risposta sistematica alle azioni partigiane, spesso svincolate
dal territorio in cui erano avvenute.
Cinquantaquattro furono le fucilazioni, 17 contro partigiani e
34 contro civili o renitenti alla leva, che provocarono la morte
di 155 persone. Quattordici furono compiute da fascisti, ventiquattro
da militari tedeschi, cinque da plotoni d’esecuzione misti
mentre per undici mancano informazioni. La maggior parte degli
eccidi e delle stragi avvenne nei territori tra le valli del Taro
e del Ceno (10) e in quelli delle valli del Parma e dell’Enza
(8), mentre altre vennero compiute nella valle del Baganza (6)
e nei centri abitati della collina (Noceto 3, Medesano 3 e Salsomaggiore
3) e della pianura (4); nelle città dopo l’estate
il loro numero diminuì (a Parma 4 e a Fidenza 3).
La nascita della Brigata nera con una propria strategia repressiva,
tesa non solo a colpire la Resistenza ma anche ad intimidire e
terrorizzare quei settori, sempre più ampi, della popolazione
che solidarizzavano con l’antifascismo, determinò
un inasprimento della violenza. A partire dall’agosto del
1944 quindi anche nel Parmense, ma soprattutto in città,
una nuova violenza si aggiungeva a quelle già sperimentate.
In tre giorni dodici antifascisti vennero fucilati in città,
mentre altri verranno uccisi in seguito a Soragna e Noceto, per
mano della Brigata nera.
Gli eccidi continuarono anche in pianura. Ad Alberi di Vigatto,
a pochi chilometri da Parma, il 20 gennaio cinque partigiani,
prelevati dalle carceri locali, vennero fucilati per rappresaglia
in seguito ad un presunto attacco ad un militare tedesco. I loro
corpi vennero lasciati a lungo nella neve che copriva i campi
prima che qualcuno, sfidando gli ordini dei tedeschi, gli desse
sepoltura.
Quando ormai la guerra sembrava terminata, tedeschi e fascisti – abbandonando le loro posizioni sotto l’attacco alleato
– attuarono un’ultima serie di eccidi che investì
le comunità contadine della zona orientale della provincia
tra la via Emilia e il Po. In due giorni 59 civili vennero massacrati
da reparti tedeschi in ritirata, giunti nella pianura parmense
dopo essere discesi dal passo del Cerreto lungo la statale 63
ed aver attraversato l’Enza a Montecchio. La strage più
cruenta si verificò a Casaltone, ma anche altre comunità
trascorsero l’ultimo giorno di guerra fra fucilazioni e
saccheggi. Il terrore invase i borghi di Ravadese, Case Vecchie,
Borghetto, Pizzolese. Roncocampocanneto e i comuni di Torrile,
Sissa, Soragna, San Secondo e Roccabianca, al seguito delle truppe
tedesche in fuga verso il Po.
(mm)

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